Non proprio una fiaba, ma quasi…
C’era una volta…
…una bambina che trascorreva tutti i giorni una buona mezz’ora della ricreazione seduta in refettorio al “tavolo degli ultimi”, insieme ai lenti, lumacosi inappetenti con i quali condivideva un problema: l’insolita reazione per cui più le si diceva “mangia” e più le sue mandibole si rifiutavano di muoversi e la sua gola di deglutire. Quel giorno alla sventurata erano state anche tirate le trecce, per convincerla a finire un piatto zeppo di due disgustose sogliole impanate e un contorno di patate bollite all’olio.
Uscita dal refettorio, sfrecciando tra i tavoli e le panche, si affacciò sul cortile, dove i bambini di tutte le classi erano impegnati nei giochi più strampalati, con la frenesia incalzata dal fatto che a breve sarebbe suonata la campanella. Giunta sotto al porticato, di fronte ai bagni, si accorse di avere perduto un orecchino. Ebbe dunque l’ingrata idea di mettersi quattro zampe a cercarlo, avvicinando il viso a terra come un cagnolino da tartufo. Il caso volle che proprio in quell’istante una sua compagna della classe quinta stesse disperatamente fuggendo da un inseguimento (…stregacomandacolor… indaco!) e decise di saltare la cavallina sulla sua schiena di quello scricciolo ossuto, facendo leva con una mano al centro della sua colonna vertebrale. Fu questione di un attimo: un urto violento, lo spezzarsi netto di un incisivo sulle piastrelle ruvide del porticato. Non si trattava di un dente da latte. Un tumulto, un capannello intorno a lei, le maestre l’accompagnarono in bagno, il labbro inferiore spaccato, sanguinante, costretta dalla morsa di quattro mani a stare sotto il getto dell’acqua gelida del lavabo enorme. Lacrime di dolore tinte dal sangue tiepido, lacrime di vergogna miste a quel sapore dolciastro, lacrime di quando si perde irrimediabilmente un pezzo di sè. Tutti alla ricerca del dentino perduto, ma niente da fare. Un pezzettino mozzato di sbieco, saltato a mò di pulce chissà dove.
La bambina resistette con il suo cruccio per tutto il pomeriggio, nell’aula in cui non riusciva a prestare attenzione a quello che diceva la maestra, anche se era la sua preferita… solo un grande desiderio di tornarsene a casa. Sulle scalette che scendono dal pulmino, lo sguardo basso inchiodato a terra, la mamma spalanca gli occhi dicendo: “Amore, cosa ti è successo?”.
La bambina è cresciuta, è quasi una donna. Nelle fotografie raramente mostra il suo sorriso, pensa sempre a quel pezzettino che le manca. Dopo otto anni insegna nella scuola elementare che ha frequentato, ha in affido due classi quinte. Siamo a fine maggio, festa di fine anno scolastico prima degli esami di licenza. I maschi giocano a calcio, tra urla e strepiti. Povero Luca, a faccia in giù sul cemento. Mi guardi con gli occhi gonfi di pianto, scruto il pavimento in cerca di ciò che ti appartiene. Ti rassicuro, dicendoti che avrei messo il tuo dentino nel latte, per conservarlo, e ti racconto di me e della mia storia. Sorridi, cerchi di ricomporti dopo quelle lacrime che ti hanno appannato gli occhiali, il viso pallido e lentigginoso.
Il giorno degli esami Luca ha di nuovo il suo dente intero. Mi ringrazi per averlo trovato e conservato nel latte, il dentista ha fatto un ottimo lavoro. Ora forza bambini, c’è un tema d’esame da scrivere. Una della tracce è “Scrivi una lettera ad una persona a cui vuoi bene…”. Cara maestra, mi scrivi. E racconti dei nostri dentini spezzati e di quanto ti piace studiare la storia e come te l’ho insegnata.
Ti sorrido, senza pensarci.







Ti dirò che mi hai turbato… in senso buono.
Mi hai fatto rivivere l’esperienza che da bambino ho avuto sull’autoscontro. Avrò avuto otto-nove anni. In giro da solo tra le giostre, sotto la falsa copertura di essere al campetto dietro casa a giocare con gli amici.
Tiro fuori qualche moneta e mi prendo un gettone per l’autoscontro. Poi… boom. Uno mi colpisce da dietro ancor prima che riuscissi a sedermi e mi fa sbattere la faccia contro il volante. Una bella scheggia di incisivo tagliata via e finita chissà dove.
Spaventato ma capace di un certo autocontrollo (come diavolo facessi ad averlo a quell’età non so), aspettai la fine della corsa, mi alzai, mi diressi verso casa e raccontai ai miei genitori di essere caduto nel campetto mentre correvo. In cambio ottenni improperi come avessi commesso un crimine nel rompermi un dente (il crimine, per loro, era spendere i soldi per il dentista). Figuriamoci se dicevo che era successo alle giostre.
Non versai una lacrima, ma ancora oggi è un ricordo che fa male.
Non riesco ad immaginare come si possa aggiungere al dispiacere per l’incidente – involontario – anche il rimprovero dei genitori che suscita il senso di colpa… mi dispiace! Non so poi come tu abbia fatto a non piangere…
Fortunatamente io non ho mai amato gli autoscontri, mi hanno sempre fatto paura… almeno mi sono evitata di rompere l’altro incisivo!
Non riesco ad immaginare come si possa aggiungere al dispiacere per l’incidente – involontario – anche il rimprovero dei genitori che suscita il senso di colpa… mi dispiace! Non so poi come tu abbia fatto a non piangere…
Fortunatamente io non ho mai amato gli autoscontri, mi hanno sempre fatto paura… almeno mi sono evitata di rompere l’altro incisivo!
Beh, non credo ci sia nulla da scusarsi.
I brutti ricordi sono come i crampi. Per farli passare basta calpestarli
Cara Serena,
sai benissimo quali sono state le circostanze che mi hanno portato a conoscerti. Ogni tanto giro per il tuo blog, ci trovo molte cose che penso anch’io, che ho vissuto o vorrei vivere. Scrivi molto bene, leggo volentieri i tuoi post e trovo molte cose in comune. Quest’ultima per esempio: avevo 9 anni, per cause sconosciute il mio incisivo centrale superiore non voleva crescere. Eppure era là, aveva causato la caduta di quello precedente, da latte. Ma niente, se ne stava rintanato nelle gengive. Un anno dopo, inizio agosto, miracolo, finalmente era sceso. Non si può dire certo che non fossi un ragazzino vivace, ma, ahimè, stavolta non c’entravo niente: l’autoscontro era quasi l’unico divertimento estivo. Ero fermo e una botta fortissima dietro mi fece sbattere il muso contro il volante. Probabilmente la mia bocca si era abituata a quella finestra e decise di liberarsi quindi del nuovo arrivato. Spezzato di netto, senza dolore, non ricordo di aver pianto. Dovevo crescere ancora. Il consiglio dei medici: aspettare che sviluppassi del tutto. Tra protesi temporanee e fragilissime ho aspettato 16 anni. Adesso, da due anni, ho il mio dente nuovo, solido, mio, mio in tutti i sensi. Gioie e dolori vissuti hanno un grande merito: fanno rivivere nitidamente periodi passati della propria vita, non solo il singolo evento, ma tutto il contesto, le persone, gli affetti. Il mio dentino mi riporta sempre alle mie nonne, che oggi non ci sono più.
A che punto siete con il puzzle? io per sfogarmi ero andato a comprarne 2, uno da mille e uno da duemila pezzi, quest’ultimo l’ho finito ieri. Oggi invece ho iniziato quello da mille (m.c. escher), molto difficile.
Per il resto, sono quasi sul punto di contattare i servizi segreti per trovare un altro “Giardino delle delizie”
Un caro saluto
Sergio
I nove anni e l’autoscontro sono una combinazione mortale
@ PDB Master (nome della vita reale? Paolo?): davvero mortale, mi sa che anche io avevo 9 anni…
@ Sergio: ciao Sergio, mi fa piacere che ti piaccia il blog!

Ai miei il dentista aveva sconsigliato di farmi rimettere a posto il dentino in quanto:
1) ero ancora piccola e mettevo ancora matite e penne in bocca;
2) una volta passata questa fase, ho iniziato a suonare il sax e dovendo appoggiare saldamente gli incisivi non c’era da fidarsi…
Ora non suono più, ma sinceramente mi sono tanto abituata a vedermi così (non si rotto proprio a metà, ma verso il fondo, di traverso) che non so nemmeno io che fare… e poi debbo valutare l’investimento!
Con il puzzle non possiamo dirci a buon punto in senso stretto, però stiamo procedendo con metodo separando i pezzi per tipologie; abbiamo anche preso da Bricocenter una scatola con scomparti e vaschette per agevolare l’operazione… Per ora abbiamo iniziato con il pannello di destra… siamo molto contenti!
Ciao Sere,
… scherzo.
son venuto sul tuo blog alla ricerca di commenti sull’ultimo week end, in cui si sono dipanati tutti i misteri … chi ha orecchi per intendere, intenda… e invece ho trovato questo delicatissimo racconto. Complimenti, scrivi proprio bene. Ti ammiro e un pò ti invidio. Non per il dentino
Buonasera Flavio,
abile titolare della Benucci’s Investigation
Le mie orecchie sono piccole, ma ci sento benissimo… hehehehe… scherzi a parte, mi fa piacere avere trovato il tuo commento a questo racconto, sei gentile.
[...] di una tratta?), alla ricerca del dentino perduto (tanti auguri! Chissà quanto tempo fa… il mio è andato!), crescita capelli 2 cm al mese (eh, più o meno anche i miei, che noia però ’sta [...]